"L’immagine nasce radicandosi nella nostra memoria, nell’esperienza stessa della nostra vita quando affronta il problema della assenza"

"L’immagine si pone come punto di avvio per esibire il senso simbolico, espressivo e spirituale della percezione"

Immagini in verticale in un'altra dimensione, entro quella scacchiera del cuore e della mente, su cui la poesia e l'arte hanno da sempre operato (Frederick Sommer). Geografia del pensiero e metafisica dei sentimenti: queste le coordinate. Nell’imo dell’Es, dove prende corpo l’azione meravigliata del riconoscere quello che abbiamo dimenticato, respira la letteratura visiva di Marcella Dalla Valle, dai nobili ascendenti, emancipatasi con raffinata originalità in amalgama ispirato di nero e bianco, assieme al chiaroscuro dell’enigma e della ricerca, a compenetrarsi in equilibrio alchemico. E Marcella lo racconta per immagini che trascendono la nostra dimensione di spazio/tempo fino a dissipare il confine fondamentale tra il guardare e il vedere. Vorremmo entrarci dentro, vivere più a lungo possibile questi “infiniti istanti” che albergano nelle sue fotografie: non dimostrano, non urlano, non sentenziano verità, ma iniettano intuizioni e con la forza dell’archetipo illuminano la zona sepolta dell’anima, declinando nell’alfabeto silenzioso della luce, racconti che non saremmo stati neppure in grado di immaginare. Solo qui il sonno quieto di una Donna/Terra può creare una sottile teoria di alberi, solo qui uno specchio antico è il labile confine di un’altra dimensione, da cui si genera il gesto di offerta di due mani, solo qui teli neri diventano involucri che palesano un’altra vita.  

Lucy Franco

L'ambito della ricerca è il possibile confronto tra fotografia e poesia, nella relazione stretta e simbiotica che viene a crearsi tra immagine e parola, nel senso di figurato e letterario. Predilige la luce naturale, lunghe esposizioni ed esposizioni multiple in camera e in post produzione, i forti contrasti. Fotografia digitale, polaroid, holga lens, lastre e specchi deformanti. Le sue immagini sono un dialogo visivo tra fotografia e poesia: la dimensione dell’inquietudine, quando l’immagine riflette l’istinto, nulla è definito perché l’ispirazione è l’inconscio come opera aperta. 

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Una conversazione con Lucy Franco

 

Lucy Franco -- “… nominare un oggetto è sopprimere tre quarti

del godimento della poesia, che è costituita dalla felicità
di indovinare poco a poco: suggerire. Ecco il sogno!…”
(Stéphane Mallarmée)

Fotografare il reale e mantenere intatta la fedeltà al dato visivo è, talora, come per il poeta, <nominare un oggetto> e quindi privare della felicità di <indovinare poco a poco>?

 

      Emme Divi -- Direi proprio di sì, se a immagine e parola è sotteso il concetto di essere ed esistenza. Un confronto tra fotografia e poesia è possibile. Può essere una relazione stretta e simbiotica quella che viene a crearsi tra immagine e parola (nel senso di figurato e letterario). Per chi studia nell’ambito di questa ricerca, quello che forse è impossibile stabilire è se è stata proprio la fotografia con il suo potere di segmentazione della realtà visibile a indicare ai poeti un linguaggio di sintesi; O se sono state le inquietudini, i turbamenti dei poeti del primo ‘900 a suggerire ai fotografi l’analisi del frammento. La veste dell’indagine solitamente è circoscritta a un certo tipo di fotografia che vuole rivelare un aspetto interiore e intimistico, un sentimento, oppure che è contemplazione della natura. Mi sento in sintonia con quel “poco a poco” perché indica la ricerca delle immagini attraverso la percezione e la coscienza. E intendo percezione come presa di coscienza nell’ambito dell’esperienza sensibile oppure della possibilità o della disponibilità dell’intuizione. Parlo di quella coscienza non-tetica, non posizionale (di qualcosa) che è coscienza di me conoscente, l’acquisizione tacita e non discorsiva, non mediata, non conosciuta ma sentita. È un apriori sempre presente nel soggetto. Quasi una coscienza obliquo-trasversale. Elementi inconsci che formano lo strato oscuro che precede la piena coscienza delle rappresentazioni mentali. La magia, il sogno è quando queste rappresentazioni mentali diventano realmente visioni, fotografie. Sì, è la felicità di indovinare o suggerire a poco a poco l’essere in sè e per sè, l’essere per altri, l’ essere nel mondo. Sì, sotto la realtà apparente, quella percepibile con i sensi, si nasconde una realtà più profonda e misteriosa raggiungibile solo per mezzo dell’intuizione che non è solo della poesia, ma anche della fotografia.

 

LF -- Hai una ammirazione particolare per Uelsmann, quale la sua fotografia che è stata per te “coup de foudre”?

 

MDV -- Ci sono locuzioni poetiche che sono fotografie e viceversa: << … Come una fronte stanca / È riapparsa la notte / Nel cavo d’una mano … >> (Ungaretti, Ogni Grigio, Sentimento del Tempo, 1925). E ricordo subito il
“coupe de foudre”: penso alla serie con le mani del 1989 e 1996, mani aperte pronte ad accogliere teneramente ciò che spesso cancelliamo dalla nostra mente ma che depositiamo in qualche luogo oscuro. 

 

Un Untitled del 1967 dove un albero si libra nell’aria sospeso su un lago, mostrando le sue radici sottili, ma lo stupore continua anche con gli ultimi lavori del 2011 sul linguaggio simbolico del corpo. 

 

Di Uelsmann ammiro il modo di isolare frammenti e trasferirli in visione, è come se tutto il reale caotico e disorganico che ci sta intorno diventasse per magia un frammento che diviene elemento rivelatore, testimonianza visibile di un’essenza spesso mascherata. Le sue fotografie non significano soltanto ciò che rappresentano ma suggeriscono significati altri che spesso sanno di mistero perché stanno in attesa di chi osserva. Ammiro la sua strabiliante capacità di rendere visibile l’invisibile.

 

LF -- Spesso parti da una unica ispirazione visiva e la traduci quasi ossessivamente in più immagini conseguenziali, cosa stai in effetti cercando?

 

MDV -- L’ispirazione si è tradotta da sé in attitudine ermetica accumulata negli anni. È ansia interrogante per i significati nascosti. È scomposta inquietudine. Questa “ossessione” diventa quasi ripetizione metaforica delle possibili dimensioni del silenzio e della solitudine dell’essere umano. Cerco un significato, un perché da affidare visivamente alle mani, a una schiena, alle nuvole, agli alberi, ai corpi femminili o maschili, agli oggetti. Cerco l’opposto del caos, dell’insieme, della moltitudine, del troppo. Spesso nella forma sono più che stringata perché è come se il troppo mortificasse l’intuito o arrestasse la fantasia. Il mio è un linguaggio volutamente povero nei segni (e nelle parole) perché, secondo me, il poco aiuta il trasporto dal suggestivo della lirica al figurato della fotografia. Il significato altro non è che una platea da osservare, la difficoltà sta nello scendere mentalmente dalla prima fila, alla seconda, terza, quarta e così via … per arrivare ad altri contenuti significanti, che non siano quelli semplicistici di un dato di fatto, il più ovvio, il più immediato da recepire attraverso i sensi. Da immagini (o parole) nel caos della moltitudine, solo comprimendo e comprimendo e comprimendo con l’idea dell’infinito nella testa l’immagine (o la parola) si spoglia nell’insieme attraverso le altre e arriva così il significato, la vera essenza del significato, la sua radice. Poi l’immagine (o la parola) attende la comprensione di chi guarda o legge. 

 

LF -- Si sperimentano nuove forme dell'espressività poetica per risultare più aderenti alla realtà contemporanea: la fotografia è poesia “congelata”? 

MDV -- Se guardiamo a tutti i generi fotografici, dal reportage di costume a quello naturalistico e faunistico, dal ritratto alla documentazione d’ambiente, dai servizi giornalistici a quelli industriali e pubblicitari, dallo sport alla fotografia di scena cinematografica ogni volta la fotografia si confronta con l’attimo; Proprio in quell’istante l’eternità che lavora con tempo e luce, cattura la velocità delle percezioni e così si impressiona uno sguardo. Dipende dalla sensibilità di chi scatta il riunire con valenza sinestetica gli aspetti poetici della parola all’immagine. Qui parliamo di fotografia e poesia, ma tanto per far capire che il discorso è molto ampio e complesso per essere chiuso in poche righe, posso sottolineare che lo stesso approccio vale per esempio per le interazioni ritmiche tra poesia e musica. La poesia è il silenzio della musica? Penso al Pascoli e a Puccini per esempio, a Montale e alla sua passione per l’opera lirica. Sono tutti intenti e/o progetti di indagine molto ambiziosi che richiedono studio e soprattutto molta esperienza sul campo nel caso della fotografia. La macchina fotografica non può che essere solo un filtro, uno strumento, un mezzo che porta con sé il progresso e la velocità, ma quello che si tenta di raccogliere con esso è quasi sempre lento, nascosto, sfugge la velocità dei nostri ritmi quotidiani, necessita di un osservare quasi immobile, riflessivo, vuole comprensione e per me questa è poesia.

 

LF -- Cosa è il ritmo in fotografia? 

MDV -- In poesia è come il preludio musicale di un’attesa eletta. In fotografia è il sentire quando l’oggetto/soggetto fotografico in un determinato momento entra nella percezione riflessa di un furtivo sguardo. Il ritmo è difficile da spiegare, è una cosa che si sente arrivare da dentro, è il talento del poeta o del fotografo. Il ritmo è il fluido energetico che suggestiona che cattura l’attenzione, è magia.
In poesia è dato dall’architettura del testo, dalla lunghezza dei versi, dalla disposizione degli accenti, dalla presenza delle rime, dall'alternanza delle sillabe toniche e atone in un verso, musicalità scandita sulle corrispondenze interne, sulle allitterazioni, sulle ripetizioni. In fotografia è dato dalla luce e dai segni, dalla scelta del colore o del bianco e nero, dall’inquadratura, dalla composizione (ordine e armonia), dalla gestione del tempo di scatto, dalla messa a fuoco. Messe insieme, tutte queste cose, in forma e contenuto, danno il ritmo, quel ritmo che propriamente è della poesia o della musica. 

LF -- Quale il limite della immagine che la parola non ha e quale invece il vantaggio ?

MDV -- La risposta è problematica per le molteplici e contraddittorie tensioni che si sviluppano all’interno dei due concetti, ma si può tentare di rintracciare alcune linee di confine. L’immagine mi suggerisce una dimensione evanescente, assorbe in sé la possibilità di dissolversi ed è continuamente chiamata in causa dal sapere e dal pensiero proprio laddove la parola ha bisogno di mostrare ciò che non riesce dire. L’immagine è minacciata dalla pluralità dei sensi e questo rende sfumato il suo confine, da qui forse può scaturire la difficile relazione con la parola (Clemens-Carl Härle ). La parola è momento individuale viaggiante con il soggetto, l’immagine è la dimensione del tempo. L’immagine è luce, ombra, segno che la parola non è. Le regole e le strutture che operano sull’organizzazione dell’immagine e della parola si configurano come barriera, filtro o impedimento dell’una nei confronti dell’altra. Però è anche vero che laddove la parola poetica si avvale per esempio delle figure retoriche, l’immagine a sua volta reagisce alla visione del mondo esterno con la Legge della somiglianza, della vicinanza, del moto comune, della continuità, della chiusura, dell’esperienza passata, della pregnanza (Wertheimer, Koffka, Kohler). Per chi vuole approfondire c’è l’imbarazzo della scelta.

 

LF -- Usi spesso il b/n, secondo te è vero che il colore è distrazione, laddove il b/n destruttura e purifica?


MDV -- In questo momento, per il mio modo di vivere l’immagine, il colore mi distrae e mi provoca quasi subito immediata disillusione. Fotografare a colori è essenzialmente diverso dal fotografare in bianco e nero. Il colore non significa bianco e nero più colore, come il bianco e nero non è solo un’immagine senza colore. Ciascuno di questi mezzi richiede una diversa sensibilità nel vedere e, di conseguenza, una diversa disciplina. Per me è molto difficile fotografare a colori, non ho sensibilità pittorica mi ritrovo di più nella dimensione minima e semplificata del bianco e nero, insomma è una povertà voluta la mia. Il bianco e nero è come l’ossimoro in poesia, mi aiuta a scomporre a sezionare l’umore e la radice delle cose che ci stanno intorno. La scelta dell’uno o dell’altro è essenzialmente la manifestazione di un registro espressivo.